Libertà di parola. Sul totalitarismo dei buoni

Libertà di parola. Sul totalitarismo dei buoni
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Una nuova minaccia incombe oggi sulla nostra società: quella che proviene da individui che, sognando un mondo più giusto, chiedono più censura "per il bene di tutti". Questa nuova forma di autoritarismo sostiene la messa al bando o il divieto di circolazione di tutte le idee che essa non condivide, e percepisce il linguaggio stesso come una potenziale minaccia da sorvegliare e disciplinare. Ma tali buone intenzioni flirtano pericolosamente con il totalitarismo: la cancel culture, la sistematica demonizzazione di coloro che non si allineano, la compiacenza dei grandi media, la censura applicata impunemente dai giganti dei social network, le ingerenze di uno Stato sempre più paternalistico nel discorso privato e le ambigue legislazioni sul "discorso d'odio" sono solo alcuni degli esempi di questo fenomeno, tanto lampanti quanto sottostimati. Ma l'autoritarismo dei buoni è pur sempre un autoritarismo. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi anni fa, che prendere le difese della libertà di parola - la pietra angolare di tutte le altre nostre libertà - sarebbe stato sufficiente per essere etichettati come reazionari?
 

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