Le Olimpiche - Pindaro

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Le Olimpiche

Le Olimpiche
Pindaro

Novità del 08/07/2014

Descrizione

Pindaro

Le Olimpiche

a cura di Bruno Gentili, Carmine Catenacci, Pietro Giannini e Liana Lomiento

«Ottima è l'acqua e l'oro / come fuoco che avvampa / rifulge nella notte / più di ogni superba ricchezza.» È l'apertura dell'Olimpica I, «il più bello fra tutti i canti», come di essa scriveva Luciano sei secoli dopo la sua composizione. Un inizio solenne, nel quale regnano la trasparenza e il bagliore: quelli che più tardi si sarebbero riassunti nella parola claritas. E che subito riverberano nei versi successivi, nei quali splende l'astro fulgido del sole che arde «nell'etere deserto». A voler cantare gli agoni, sostiene Pindaro, si deve per forza scegliere i migliori, le Olimpiadi: che sono come l'acqua, l'oro, il fuoco, il sole, e che ebbero luogo in Grecia per oltre mille anni, dal 776 a.C. a quel 393 d.C. nel quale l'imperatore Teodosio e il vescovo Ambrogio li proibirono.
Pindaro, oltreché delle Pitiche, delle Istmiche e delle Nemee, è anche - nell'immaginazione dei lettori e dei poeti dei due millenni e mezzo che da lui ci separano - il grande poeta, il poeta per eccellenza, delle Olimpiche. Con esse, celebra di volta in volta la vittoria degli atleti nelle gare di Olimpia. Ma i suoi epinici sono famosi per la luce che li pervade, la velocità fulminea dei passaggi tematici (i celebri «voli pindarici») intercalati a brevi sentenze di saggezza, l'esaltazione degli ideali di eroismo e gloria, la descrizione incisiva dei fenomeni naturali, e soprattutto il racconto travolgente dei miti e la proclamazione alta e forte della propria poesia. Pindaro si sente - è - aquila che vola in grandi cerchi e tutto vede e ai singoli oggetti mira sul terreno sottostante. Oppure saetta che rapida colpisce il bersaglio, il «punto», come parola alata. «Per me la Musa nutre di vigore / il dardo più robusto», dice proprio nell'Olimpica I; e nell'Olimpica II, rivendicando con orgoglio la propria aristocratica sapienza «da natura»: «Ho sotto il braccio / nella mia faretra / molte rapide frecce / che parlano a chi le intende». «Forti colpi di vento in alto levano / per le distese delle nubi il cigno / Tebano», dice Orazio di Pindaro, dopo averlo paragonato a un torrente che precipita dal monte straripando. Dal Rinascimento in poi la poesia europea - da Ronsard a Milton, da Hölderlin a Shelley e Lermontov - non lo dimenticherà mai.

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